Welfare

Negli ultimi vent’anni, la nostra città è stata soggetta a profondi mutamenti socio-demografici che – ancor prima della crisi economica – hanno trasformato la fisionomia della comunità locale e ha posto sfide inedite per il sistema di welfare.

Il quadro sociale

welfare

Tra il 2004 e il 2013 la popolazione della nostra città è aumentata dell’11%, arrivando a 172.000 abitanti. Nello stesso intervallo di tempo la popolazione anziana ha toccato quota 34.000 unità (oggi è pari al 19,7% del totale), sono raddoppiati i cosiddetti ‘grandi anziani’ maggiori di 85 anni (5.700 unità pari al il 3% della popolazione totale) e gli anziani non autosufficienti (+1.036 in 3 anni).

famiglieNel corso dell’ultimo decennio si è trasformato profondamente anche l’aggregato famigliare: le famiglie unipersonali sono 33.000 (su un totale di 79.000) e oggi costituiscono la maggioranza delle famiglie reggiane (42 %). Di queste, circa un terzo è rappresentato da persone anziane. Sono in costante aumento anche le famiglie monogenitoriali (7.200, il 9% delle famiglie), mentre le coppie coniugate con figli sono in costante diminuzione.

Il quadro economico

La crisiLa grande crisi economica ha ulteriormente stressato il sistema delle tutele sociali: il tasso di disoccupazione è passato, dal 2004 al 2012 nella provincia di Reggio Emilia, dal 2,7% al 4,8%; il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) è raddoppiato, dal 9% al 17,6% (Italia 35,3%).

Il tasso di mortalità delle aziende ha reso evidente l’impatto della crisi anche nel contesto locale (nel periodo 2009-2012 hanno chiuso 868 e addirittura 556 nel solo 2013); il reddito procapite dal 2008 al 2011 ha perso il 21% del suo valore reale.

Il calo delle risorse

Trend Fondo SocialeContemporaneamente sono calate le risorse: Il Fondo Sociale Locale, il fondo che finanzia in quota parte la spesa sociale ed è costituito da risorse sia nazionali che regionali, è passato da quasi 48 milioni del 2011 ai 33 milioni e mezzo del 2013 che, per il distretto di Reggio Emilia, ha voluto dire una riduzione delle risorse dai circa 2 milioni e 500 mila del 2011 al 1 milione e 600 mila del 2013. Anche il Fondo Nazionale per la non autosufficienza è calato, passando dai 300 milioni di euro del 2008 a zero.

In un contesto socio-economico così indebolito, sono quindi aumentate e si sono diversificate le forme di fragilità, sia quelle legate al disagio individuale che sociale, e si sono diffuse le forme di precariato. Ma in particolare il vero cambiamento che si è prodotto in questi anni, e il conseguente impatto sul sistema di welfare, è costituito dal fatto che fasce di popolazione in teoria ‘protette’ sono scivolate nella povertà materiale e relazionale.

Per fare fronte alle sfide del complesso momento storico che stiamo vivendo, abbiamo intrapreso un percorso di trasformazione del nostro approccio ai servizi sociali che da un modello prestazionale tradizionale è passato ad un modello fondato sulle risorse dell’intera comunità. Per fare questo abbiamo costruito una rete di soggetti pubblici e privati capaci di svolgere un ruolo attivo e propositivo tanto in sede di ascolto del bisogno sociale quanto della risposta al bisogno: è quello che chiamiamo il welfare di comunità e cioè delle responsabilità diffuse.

Per ottenere risultati concreti siamo intervenuti:

  • creando un modello organizzativo nuovo per i servizi sociali;
  • articolando i Poli di Servizio Sociale sul territorio e migliorando la nostra funzione di governance;
  • potenziando i servizi per la domiciliarità;
  • tutelando le fragilità

In luogo del vecchio modello prestazionale del servizio sociale, standardizzato e basato sul binomio domanda/risposta, abbiamo dunque lavorato nella direzione della costruzione di una responsabilità diffusa e di una prossimità capillare, ritenendoli i cardini fondamentali sui quali indirizzare l’evoluzione del sistema dei servizi. La portata delle questioni emergenti, la matrice sociale delle problematiche, le loro forti implicazioni psicosociali hanno suggerito infatti approcci differenziati, ma tutti accomunati dall’idea che la convivenza delle nostre città si fonda sui diritti di cittadinanza e sui processi di coesione sociale che possono essere perseguiti e garantiti solo se tutta la comunità li fa propri. Queste dimensioni tendono a qualificare l’azione sociale nella direzione del coinvolgimento attivo di interlocutori diversi (pubblici e privati) e interessati a sperimentare, accanto ai livelli di servizi finora garantiti, nuove modalità d’accoglienza, di ascolto, di accompagnamento, di motivazione al cambiamento, di sostegno nelle difficoltà, di scambi d’aiuto fra singoli, gruppi di cittadini e famiglie con cui aprire un dialogo, costruire alleanze, rafforzare orientamenti condivisi.